Abaceni: le cuddure di Tripi

C’è un filo che lega un biscotto a forma di corona alla città sicula che dorme sotto le colline di Tripi. Lo abbiamo seguito fino in fondo.

Una corona di pasta

Prima di essere una ricetta, la cuddura è una forma: un anello, una ciambella, una piccola corona. E proprio da lì viene il suo nome, dal greco antico κολλύρα (kollyra), che significa appunto “corona”. È un dolce — ma anche un pane — diffuso in tutto il Sud d’Italia, declinato in mille varianti dolci e salate.

La sua forma, oggi così decorativa, un tempo era pura praticità: la ciambella si poteva infilare nel bastone o nel braccio, e i pastori e i viandanti la portavano con sé nei lunghi spostamenti. C’è chi fa risalire la cuddura addirittura al buccellatum romano, il pane a forma di anello che accompagnava i soldati. Un cibo da camminata, da provvista, da viaggio: nato per durare.

Da Abakainon a Tripi

Tripi è un borgo piccolo, appoggiato tra i Nebrodi e i Peloritani, in provincia di Messina. Ma sotto i suoi pianori dorme una città molto più antica: Abakainon, centro sìculo le cui origini si fanno risalire intorno al 1100 a.C., poi ellenizzato e infine romanizzato col nome di Abacaenum.

Fu città fiorente, abitata da aristocratici, con una propria zecca: coniò monete d’argento e di bronzo dal V al III secolo a.C. Su molte di esse compare un cinghiale accanto a una ghianda — un omaggio ai fitti boschi che a quei tempi circondavano la città. Di quella grandezza restano la necropoli monumentale di contrada Cardusa e i reperti custoditi nel Museo archeologico Santi Furnari, inaugurato a Tripi nel 2012.

Nel giugno 2025, dopo un referendum, il comune ha ufficialmente assunto il nome di Tripi-Abakainon: un modo per riannodare il presente all’antico, e per ricordare chi quella terra l’aveva abitata per primo. Gli abitanti di quella città avevano un nome: gli Abaceni.

Tra le mani delle donne

Le cuddure non sono mai state soltanto cibo. A Pasqua diventano cuddura cull’ova: un dolce che racchiude una o più uova intere, ancora col guscio, fissate da trecce di pasta — e sempre, rigorosamente, in numero dispari. Le ragazze le regalavano ai fidanzati il giorno della Resurrezione, talvolta sagomandole a forma di cuore, talvolta a campanile (campanaru), a cestino (panaredu) o a colomba.

Poi ci sono le cuddureddi farcite — con fichi secchi, mandorle, scorze d’agrumi e cannella — e quelle cotte nel mosto, legate al tempo della vendemmia. Un dolce che misura le stagioni e i riti, al punto da entrare nei proverbi: “nun c’ha prumettiri voti ê Santi e mancu cuddureddi ê picciriddi”, non promettere voti ai santi né ciambelline ai bambini, perché certe promesse non si mantengono.

Perché le chiamiamo Abaceni

Da noi le cuddure si chiamano Abaceni. Non è solo un nome: è un omaggio a chi questa terra l’ha abitata venticinque secoli fa. Le mani sono le stesse, la lentezza è la stessa, e gli ingredienti restano quelli di sempre — mandorle, miele, farine scelte, nulla di più.

Ogni Abaceno che esce dal nostro forno porta in tavola un pezzo di Tripi: la corona dei pastori, il pane dei viandanti, la promessa delle ragazze a Pasqua. E, sotto, il respiro lungo di Abakainon.

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